Futuro dell'EuropaNewsSURE per rafforzare il Piano RePowerEU: la mia proposta al Commissario Gentiloni

1 Giugno 2022
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Il conflitto russo-ucraino e la speculazione sono i fattori che alimentano la corsa dei prezzi dell’energia. Abbiamo chiesto subito di mettere un freno alla speculazione contro il profitto di pochi e per mettere in sicurezza milioni di famiglie e di imprese.

Il 30 e il 31 maggio scorso, i 27 Capi di Stato e di governo si sono riuniti a Bruxelles in un Consiglio UE straordinario. Il confronto e la discussione sul tema del caro energia e del taglio alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia non sono stati facili.

Restano alcuni nodi da sciogliere per passare alle azioni, ma siamo soddisfatti che il Consiglio UE alla fine abbia aperto alla proposta italiana di fissare un tetto massimo al prezzo del gas.

Il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si è speso molto in questi mesi perché Bruxelles accogliesse la richiesta dell’Italia. Una scelta di buon senso e necessaria per tutelare i cittadini.

Il ‘no’ dell’Ungheria all’embargo sul petrolio russo

Se il Consiglio UE ha aperto alla richiesta di un cosiddetto ‘price cap’, invitando quindi i Paesi europei ad applicarlo per non lasciar correre la speculazione sul mercato dell’energia, sull’embargo al petrolio russo, chiesto con forza dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea, è stata raggiunta una intesa.

Un compromesso che consiste nel taglio del 90 per cento alle forniture di greggio russo. Lo stop si applicherà subito ai rifornimenti via mare, mentre gli Stati europei che non hanno uno sbocco marittimo e che dipendono dal petrolio russo avranno più tempo per adeguarsi.

L’Ungheria, che importa l’85% del gas e il 65% del petrolio da Mosca, senza sbocco marittimo, dovrà trovare un’alternativa alle forniture di energia. Per chiudere l’oleodotto di Druzhba se ne riparlerà alla fine dell’anno.

Dopo l’approvazione di sanzioni dure e doverose a ridosso dell’invasione, il sesto pacchetto, come era prevedibile, si sta rivelando il più delicato e il più sofferto per l’Unione europea.

L’UE dovrà necessariamente ritrovare unità, perché fermare le importazioni di petrolio, gas e carbone russo in tempi brevi è una questione di credibilità internazionale e di serietà. E un’arma spuntata importante per isolare Mosca e cercare di sottrarre al presidente Putin quante più risorse possibili per la sua campagna militare contro l’Ucraina.

Nel frattempo, l’Unione europea sta agendo con decisione sul fronte dell’autonomia energetica. E nelle settimane scorse è stato varato un Piano noto come ‘RePowerEu’.

Cos’è e come funzione il RePowerEu

Con una dotazione economica di 300 miliardi di euro, RePowerEu punta a fare a meno dei due terzi del gas russo entro fine anno. E a rinunciarvi completamente entro il 2027. Data entro cui gli altri combustibili fossili in arrivo da Mosca (petrolio e carbone) saranno già stati ampiamente sostituiti.

Allo stesso tempo, l’Europa lavorerà su tre assi fondamentali:

  • il risparmio energetico, da realizzarsi tramite l’efficientamento dei dispositivi attraverso cui viene utilizzata l’energia;
  • la diversificazione delle fonti di approvvigionamento;
  • l’accelerazione dello sviluppo e delle installazioni di fonti di energia rinnovabile.

Tali azioni energetiche congiunte serviranno a rimpiazzare i combustibili fossili impiegati in ambito domestico, industriale e nella produzione di energia elettrica.

L’emancipazione dai combustibili fossili russi è anche l’occasione per rivedere al rialzo gli obiettivi della transizione energetica: se il pacchetto Fit for 55 del Green Deal europeo prevedeva che nel 2030 il 40% del paniere energetico europeo sarebbe dovuto essere retto dalle energie rinnovabili, ora RePowerEu fissa al 45% quell’obiettivo. Ciò significa che al 2030 circa l’80% dell’energia elettrica europea dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili.

Il Piano prevede poi di creare una piattaforma per l’acquisto congiunto di gas, Gnl e idrogeno. Un meccanismo di appalto armonizzato per i fornitori stranieri.

RePowerEu, la strada è giusta ma si può fare di più

Il Piano risponde quindi alle richieste del Movimento 5 Stelle. Fin dall’inizio della crisi energetica innescata dalla guerra russo-ucraina abbiamo chiesto una condivisione dei rischi e degli obiettivi. Come avvenuto con la pandemia del Covid-19.

La direzione è quella giusta. Ma sono convinta si possa fare ancora di più per migliorare e rafforzare la strategia energetica europea.

È per questo motivo, anche alla luce del ‘no’ in Commissione Occupazione e Ambiente a un potenziamento del Fondo Sociale per il Clima, che ho deciso di scrivere direttamente al commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, chiedendo di valutare attentamente le mie proposte per fare di RePowerEu un piano ottimale a livello finanziario e del suo funzionamento.

Alcuni aspetti critici: la lettera

“Se da una parte è condivisibile la proposta di reindirizzare la parte di prestiti del Recovery and Resilience Fund preventivata ma non allocata, risulta più critica la scelta fatta di prevedere trasferimenti volontari all’RRF da fondi di coesione e PAC, così come la proposta di anticipare la vendita di permessi di scambio di quote di emissioni ETS .

Nel caso dei fondi di coesione e della PAC non si tratterebbe di nuovi fondi, bensì di una semplice rimodulazione di una parte delle spese già previste in agricoltura e in ambito sociale per le questioni energetiche. Incidendo su soggetti che già stanno duramente soffrendo gli effetti della pandemia.

Per quanto riguarda l’anticipo della vendita dei permessi di scambio di quote di emissioni ETS, è importante tenere conto del fatto che questo comporterà l’immissione di più quote del previsto sul mercato. Abbassando i costi per chi inquina, con un impatto negativo sul raggiungimento degli obiettivi a lungo termine del Green Deal”.

Rafforzare il Piano per evitare una crisi sociale e economica

L’obiettivo principale dell’azione europea rispetto alla crisi energetica in atto deve restare quello di attenuarne il più possibile l’impatto su cittadini e imprese.

Nel dare loro delle risposte concrete, l’Unione europea dovrebbe partire dalle esperienze di successo e dalla solidarietà dimostrata durante la pandemia. Senza far prevalere nuovamente i soliti egoismi deleteri per l’intera comunità.

In questo senso SURE rappresenta senza dubbio una delle iniziative di maggior successo dell’Unione europea. Non a caso abbiamo più volte ragionato sulla possibilità di una sua rimodulazione al fine di renderlo strumento organico e strutturale dell’Unione europea stessa e delle sue politiche.

A tal proposito ritengo che la crisi energetica che stiamo affrontando, e il conseguente aumento della povertà energetica, costituiscano a tutti gli effetti una crisi sociale e pertanto rientrino nelle finalità con cui è stato concepito SURE.

Sarebbe sufficiente modificare il regolamento attuale, inserendo il riferimento esplicito alla crisi energetica in atto, estendendone così l’ambito di applicazione.

In questo modo gli Stati membri potrebbero immediatamente accedere alle risorse non ancora spese. E concordare nel frattempo un rifinanziamento di altri 100 miliardi da spendere entro il 2032, aggiuntivi al Fondo sociale per il clima per proteggere famiglie e imprese.

 

Servizio offerto da Daniela Rondinelli, deputata al Parlamento europeo, membro non iscritto.
Le opinioni espresse sono di responsabilità esclusiva dell’autore o degli autori e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale del Parlamento europeo.

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