LavoroNewsAlgoritmi, dallo scandalo Uber files solo la punta di un iceberg

15 Novembre 2022
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Gli algoritmi sono sempre più pervasivi negli ambienti di lavoro. Tramite l’intelligenza artificiale, e nello specifico proprio gli algoritmi, le aziende stanno acquistando un potere sproporzionato e discriminatorio sulla selezione, valutazione e controllo e più in generale la gestione del personale. Con effetti negativi sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori e una regressione dei diritti e delle tutele giuslavoristiche.

Sos algoritmi, lo scandalo Uber Files

Lo scorso 25 ottobre in Commissione Occupazione e Affari sociali si è svolta un’audizione con Mark MacGann, ex capo delle politiche pubbliche di Uber dal 2014 al 2016 e principale informatore del caso “Uber Files”.

Molti di voi ricorderanno lo scandalo scoppiato a luglio che ha messo in luce le pratiche di lobbying di Uber a livello europeo. Le rivelazioni di MacGann, pubblicate dal Guardian in collaborazione con l’International Consortium of Investigative Journalist (ICIJ), hanno messo a nudo il modo in cui l’azienda ha esercitato segretamente pressioni sui governi internazionali per promuovere le proprie soluzioni di corse a chiamata. Durante l’audizione in Commissione Occupazione e Affari Sociali, MacGann ha posto l’accento sulla gestione del personale da parte di Uber.

“C’è il grave rischio di frantumare la giustizia sociale se viene dato troppo potere alle Big Tech”, ha affermato MacGann. Un pensiero che condivido pienamente.

Sono convinta, infatti, che l’estrema pervasività dell’intelligenza artificiale nell’ambito lavorativo vada regolamentata con urgenza. Servono regole chiare che rendano trasparenti e accessibili gli algoritmi alle parti sociali e alle autorità ispettive. Ma soprattutto, bisogna rendere questi strumenti monitorabili, assoggettandoli al diritto del lavoro degli Stati membri. Nella pratica, in Italia, gli algoritmi devono potere rientrare nella contrattazione collettiva.

Algoritmi e la direttiva sui lavoratori delle piattaforme

Abbiamo bisogno di una direttiva europea sui lavoratori delle piattaforme che sia ambiziosa e colmi il vuoto normativo che ha permesso ad algoritmi “spregiudicati” di prendere il sopravvento, compromettendo anche la tutela dei diritti minimi dei lavoratori.

La Commissione europea ha elaborato una direttiva sui lavoratori delle piattaforme partendo dal report del Parlamento europeo, (report Brunet) che ho contribuito a migliorare con tutta una serie di emendamenti. La direttiva è ancora in fase di discussione.

Trasparenza e ispezioni: la mia sugli algoritmi

Le pagine dei giornali sono piene di casi di sfruttamento, caporalato e paghe a cottimo, vietate dal nostro ordinamento giuslavoristico. Ma anche forme di concorrenza sleale che danneggiano le imprese nazionali. Fino a quando non ci saranno regole chiare sul funzionamento degli algoritmi, e meccanismi specifici di ispezione e controllo sulle app impiegate dalle piattaforme digitali, permarranno discriminazioni, abusi e violazioni dei diritti e delle tutele fondamentali dei lavoratori.

Nei miei interventi in Commissione Occupazione, ho sempre sostenuto la necessità di dire basta ai falsi autonomi, tramite l’applicazione del principio dell’inversione dell’onere della prova in capo alle aziende, e a una definizione chiara e inequivocabile di lavoro autonomo e lavoro dipendente.

Sono convinta che un intervento legislativo a livello europeo sui lavoratori delle piattaforme non rappresenti un ostacolo alla trasformazione tecnologica che dal 2013, quando le prime grandi piattaforme sono sbarcate in Europa e in Italia, sta cambiando il mercato del lavoro.

La pandemia di Covid-19 ci ha dimostrato che il lavoro digitale ha enormi potenzialità ed è stato importante durante il periodo più difficile dell’emergenza sanitaria. Nel 2020 i lavoratori delle piattaforme in Europa sono passati dal 4% al 30%.

Nel 2019, in base a stime non del tutto esaustive, in Italia i gig worker erano oltre 210mila. Ma è altrettanto vero che il 42% non aveva un contratto di lavoro tipico.

Per questo, c’è assoluto bisogno di una normativa europea sui lavoratori delle piattaforme e un nuovo regolamento sull’intelligenza artificiale che superi per sempre l’approccio Business to Consumer, ovverosia consumeristico, per uno Business to Business, quindi giuslavoristico.

Gli algoritmi oltre le piattaforme digitali

Lo scandalo ‘Uber files’ è solo la punta dell’iceberg. Il problema degli algoritmi, infatti, rischia presto di non riguardare più soltanto rider o autisti che lavorano per le piattaforme digitali. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale, e quindi degli algoritmi sviluppati da società specializzate, per la gestione, la valutazione e il monitoraggio del personale dipendente e/o autonomo è già una realtà nelle grandi aziende italiane ed europee.

Sono convinta che non sia una garanzia sufficiente dire che l’algoritmo opera dietro supervisione umana, come ha affermato in audizione il direttore delle politiche pubbliche dell’Ue per Uber, Zuzana Pucikovà. Il problema è come vengono istruiti gli algoritmi?

Gli algoritmi sono creati da qualcuno che ne stabilisce o commissiona le modalità di funzionamento.

Facile che gli algoritmi possano generare discriminazioni, violazione della privacy e una valutazione proporzionata e ingiustificata della perfomance dei lavoratori e delle lavoratrici.

Il tema è giuridico, etico, sociale ed economico. E credo che richieda più attenzione e una riflessione proiettata al futuro e all’impatto reale che l’utilizzo incontrollato degli algoritmi può generare nel mercato del lavoro e sulla sua qualità.  Ecco perché è molto positivo che la Commissione europea – come ribadito in audizione dal commissario del Lavoro Nicolas Schmit – difende la direttiva lavoratori delle piattaforme dai tentativi di annacquarla da parte del Consiglio, per garantire più diritti e sostenere uno sviluppo più sostenibile dell’occupazione europea.

Algoritmi: un potere fuori controllo

C’è tra le Big Tech un potere fuori controllo. Che va dal dumping, alla concorrenza sleale, alla riduzione graduale ma palese dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Basta osservare che, in nome di una finta flessibilità nel prestare un servizio, le piattaforme dichiarano di lasciare autonomia ai lavoratori e alle lavoratrici che a causa degli algoritmi non hanno la libertà di scegliere né quando né come lavorare. Paradossale. La stessa situazione potrebbe crearsi in una società o in un’azienda. 

Ancora: le attività di tracciamento pagate fiori di dollari da Uber sono la prova provata che le piattaforme, tramite algoritmi, possono entrare in possesso facilmente di centinaia di dati personali dei lavoratori e delle lavoratrici. Il loro possesso rappresenta un costante pericolo. Tanto è vero che, come dimostra lo scandalo ‘Uber files’, l’azienda può sempre trasformare i dati personali in un’arma di ricatto e di controllo massiccio e pervasivo, fino a privare i lavoratori e le lavoratrici della libertà di associarsi, coordinarsi o contattare organizzazioni sindacali.

Altro capitolo: il monitoraggio della perfomance. Esso si lega al delicato tema del diritto alla disconnessione che sono convinta vada garantito finalmente con una direttiva in tutta l’Unione europea. Gli algoritmi, infatti, operano facilmente ben oltre le normali ore di lavoro con ripercussioni pesanti sulla salute psico-fisica e la sicurezza del lavoratore e della lavoratrice.

 

Servizio offerto da Daniela Rondinelli, deputata al Parlamento europeo, membro non iscritto. Le opinioni espresse sono di responsabilità esclusiva dell’autore o degli autori e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale del Parlamento europeo.

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