Futuro dell'EuropaNewsMES sì o no? Priorità a strumenti europei comuni con o senza crisi

18 Gennaio 2023
https://www.danielarondinelli.it/wp-content/uploads/2023/01/mes_articolo_newsletter_n_36.jpeg

LA CRISI DEI DEBITI SOVRANI E LA NASCITA DEL MES

Il 9 dicembre 2022, la Corte costituzionale tedesca ha bocciato il ricorso presentato dai liberal democratici permettendo così al Parlamento di ratificare la riforma dell’accordo intergovernativo del Mes (Meccanismo europeo di Stabilità) noto anche come Fondo Salva Stati. Dopo la pronuncia della Consulta tedesca, a ratificare l’accordo intergovernativo manca solo l’Italia.
Il 27 gennaio 2021 i 17 paesi membri del Mes – che nel 2011 hanno aderito al Trattato istitutivo – hanno concordato di riformarlo, modificando in più parti l’accordo in vigore dal luglio 2012, come evoluzione dei precedenti meccanismi, quali il Fesf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) e il Mesf (Meccanismo europeo di stabilità finanziaria).

L’ITALIA RISPETTI L’OBBLIGO DELLA RATIFICA

Il Mes è finanziato dai paesi che hanno aderito al Trattato del 2011, in base al loro peso economico: l’Italia ha contribuito al 17,9 per cento delle risorse del Fondo Salva Stati, dopo Germania col 27,1 per cento e Francia con il 20,3 per cento. Nel complesso le risorse del Mes ammontano oggi a circa 700 miliardi di euro. Tali risorse vengono messe a disposizione dei paesi dell’eurozona che vivono forti difficoltà (o rischiano di vivere forti difficoltà) nel finanziarsi sui mercati secondari e di quelli che attraversano una fase di crisi bancaria. Ad esempio, Stati sani potrebbero fare ricorso al Mes se lo ritenessero opportuno per risolvere problemi legati alla solidità e alla liquidità del proprio sistema bancario.
Nei prossimi mesi, l’Italia dovrà procedere con la ratifica del Mes. Spetterà al Parlamento farlo anche perché il Fondo Salva Stati poggia su un Trattato a cui il nostro Paese ha aderito nel 2011 e su cui ha presentato delle contro-proposte di riforma in modo particolare tenendo ‘testa’ ai paesi del Nord Europa, tradizionalmente più rigidi su debito e ordine dei conti pubblici. Non ratificarlo, dopo che tutti i Parlamenti nazionali degli Stati aderenti al Trattato lo hanno fatto, rischia di spingere l’Italia verso un isolamento controproducente nell’area euro e impedirebbe altresì agli altri paesi di utilizzarlo, qualora volessero farlo.

POCHI STATI MEMBRI HANNO RICORSO AL MES

Ma ratificare il trattato che istituisce il Mes non significa che l’Italia lo debba utilizzare! Il Fondo Salva Stati si attiva solo se un Paese aderente al Trattato istitutivo decida di farlo. Prima della riforma approvata nel gennaio 2021 sono stati pochi gli Stati che lo hanno attivato: Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro lo hanno fatto nel pieno della tempesta della bolla finanziaria del 2008 e del 2009 che investì l’Unione europea tra il 2011 e il 2015, chiedendo dei prestiti per apportare degli aggiustamenti macroeconomici.

La Spagna ha chiesto di ricorrere al Mes ma per ricapitalizzare le banche. E per ora è l’unico Paese europeo ad avere fatto questa scelta. Il prestito più elevato è stato concesso alla Grecia, in cambio però di enormi sacrifici economici che sono costati molto alla popolazione: 217 miliardi di euro tra il 2011 e il 2015, sottoposta a un programma di ristrutturazione economica e finanziaria pesante conclusosi solo nel 2018. Diversi i prestiti invece richiesti dal Portogallo, 50 miliardi, Irlanda, 18 miliardi e Cipro, 6,3 miliardi di euro serviti a evitare che s’indebitassero sui mercati secondari in una fase in cui i tassi di interesse erano da record e dunque insostenibili.

Il Fondo previsto dal Mes nasce in una fase di enorme difficoltà per l’Unione europea, alle prese con le crisi dei debiti sovrani. Crisi che sappiamo sono state causate dalla bolla speculativa americana, esplosa con il fallimento della Lehman Brothers nel 2008, e da attacchi speculativi partiti dalle principali piazze finanziarie che avevano preso di mira i paesi europei con un debito pubblico storicamente molto elevato, come il nostro Paese, ma anche, non a caso, gli Stati che decisero di fare ricorso al Mes inquadrati nei famosi Pigs Portogallo, Grecia e Spagna.

DUBBI E PERPLESSITA’

Le mie perplessità circa il ricorso al Mes – sia quello originario che quello recentemente modificato – nascono dall’evidenza che si tratta di un’organizzazione intergovernativa a cui partecipano Stati e Governi le cui regole di funzionamento e gestione non sono chiare all’opinione pubblica. Mentre se pensiamo a come è nato il Fondo del Next Generation EU, la base giuridica è molto chiara poiché la propria fonte costitutiva è prevista dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea: “l’Unione è autorizzata a dotarsi dei mezzi necessari per conseguire i suoi obiettivi” (comma 1 art.311 TFUE) specie “nelle situazioni eccezionali di crisi” (art. 122 TFUE).

In un contesto di crisi finanziaria dovuta a uno shock sui mercati, l’Unione europea allora decise di rispondere istituendo il Mes, ma anche, lo sappiamo, imponendo regole economiche e di finanza pubblica rigide e ispirate all’Austerity, ben vista più ieri di oggi, dai Paesi del Nord Europa. I cosiddetti Falchi.

L’Austerity non ha prodotto risultati straordinari, anzi ha generato costi sociali molto alti. Da sola infatti non ha arginato davvero gli effetti più devastanti della crisi finanziaria: alla Grecia fu imposta la Troika e di riflesso per altri Stati fu praticamente impossibile accedere ai finanziamenti sui mercati secondari creando a bene vedere una situazione di una Unione europea divisa tra Stati di serie A e Stati di serie B. Tra paesi rigoristi e paesi lassisti. Una profonda spaccatura, ancora oggi, non del tutto sanata che ha rallentato se non addirittura frenato il processo costituente d’integrazione europea. Fino al 2020, fino allo scoppio dell’emergenza sanitaria Covid 19.

NUOVO CONTESTO, SCENARI DIVERSI

A seguito di questa situazione eccezionale di crisi, tre anni fa l’Unione europea ha fatto una scelta storica: istituire un fondo comune di portata straordinaria, qual è in effetti il Next Generation Eu, offrendo a tutti i paesi europei la medesima opportunità di risollevarsi dalle conseguenze causate dalla pandemia. Il Next Generation Eu è lo strumento politico, finanziario e al tempo stesso economico, che incarna alla perfezione quella condivisione dei rischi e degli obiettivi rispetto alla quale il Mes non ha nulla a che vedere, proprio perché è stato pensato ed è nato in un contesto politico, economico e sociale profondamente diverso.

In altre parole, credo che il Mes spinga i paesi europei a risolvere le crisi da sé, in modo isolato, e magari rischiando una sorta di stigma, mentre vedo nel Next Generation Eu una rivoluzione, un passo ulteriore verso l’integrazione europea che deve trovare nuova spinta in strumenti simili sui quali fare leva nel momento in cui l’Unione europea si trova a dover risolvere le crisi e le difficoltà, le cui soluzioni possono trovarsi solo se agisce tutta insieme, coesa, dove tutti gli Stati membri remano nella stessa direzione condividendo e collaborando.

LE SFIDE DELLA TRANSIZIONE VERDE E DIGITALE

A maggiore ragione, oggi, che abbiamo davanti la transizione verde e digitale da portare avanti e un nuovo equilibrio geopolitico con cui fare i conti e che dipenderà soprattutto dall’esito del conflitto in Ucraina.
L’Italia oggi non ha problemi a finanziarsi sul mercato ma è logico che evitare di appesantire il debito pubblico, magari non per finanziare misure strutturali, è un obbligo per il Governo. Finora, la politica monetaria di Mario Draghi del 2014, che in un certo senso ha controbilanciato l’Austerity imposta da Bruxelles, ha aiutato molto. E anche se oggi i tassi di interesse stanno aumentando, l’attuale crisi inflattiva dipende da shock esterni che potrebbero, presto, risolversi.
Per questo sono convinta che non sia una buona ragione raccontare ai cittadini e cittadine che il Mes è una sorta di panacea. Vale anche per il rilancio del servizio sanitario nazionale che ha subìto un duro contraccolpo con la pandemia Covid 19. L’emergenza sanitaria ha confermato lacune e debolezze di un sistema frammentato, con profondi divari Nord-Sud. La mancanza di medici e infermieri e carenze nelle strutture. Gli investimenti nella sanità sono visti come una spesa aggiuntiva, mentre anni di scarsa lungimiranza sui rischi sanitari e di salute pubblica hanno permesso al Coronavirus di coglierci impreparati.

SERVONO STRUMENTI PER UNA VISIONE COMUNITARIA

Grazie al Next Generation Eu, e al Piano nazionale di ripresa e resilienza, l’Italia ha l’opportunità di rilanciare il servizio sanitario nazionale spendendo bene i venti miliardi di euro a disposizione. Parliamo di ben 11,22 miliardi di euro per innovare, digitalizzare e potenziare la ricerca del servizio sanitario nazionale al fine di colmare l’arretratezza nell’evoluzione digitale che tanto ha pesato durante la fase più difficile della pandemia.

Nove miliardi di euro per le reti di prossimità: per la creazione dunque di strutture e la telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale: 1288 case di comunità, per 2 miliardi di euro; strutture per l’assistenza territoriale degli anziani, per quasi tre miliardi di euro; 382 Ospedali di comunità per ricoveri di media intensità, per un miliardo di euro, infine, 602 Centrali operative territoriali per coordinare le diverse strutture sanitarie e la telemedicina per i pazienti cronici, per un miliardo di euro. L’Italia ha la priorità di dovere alleggerire il carico sugli ospedali e i pronti soccorso e offrire una assistenza sanitaria più capillare e senza sprechi.

RIVOLUZIONIAMO IL PATTO DI STABILITA’ E CRESCITA: Sì ALLO SCORPORO DEGLI INVESTIMENTI VERDI E SOCIALI

Ma c’è anche un altro capitolo, non meno importante di altri, su cui l’Italia deve sapersi rendere protagonista. È in corso la riforma del Patto di Stabilità e Crescita (ne ho parlato qui). Dal 2020, con la pandemia, ci sono stati finalmente dei progressi in una ottica comunitaria. La sospensione del Patto di Stabilità e Crescita fino alla fine di quest’anno (2023, ndr) ha permesso di mettere ulteriormente da parte le logiche dell’Austerity. Il mio auspicio per il futuro è di farlo una volta per tutte.
L’Italia deve impegnarsi a migliorare la proposta di riforma: io dico rivoluzionandone l’impostazione. Sono ancora convinta che nel lungo periodo pagherà scegliere di scorporare dai vincoli di bilancio tutta una serie di investimenti strategici dai quali dipende davvero il futuro dell’Unione europea. Investimenti verdi per la transizione ecologica e investimenti sociali, per rilanciare quello Stato sociale da tempo in crisi e a rischio estinzione, continuando sulla strada tracciata dal Next Generation Eu. Altro che Mes, insomma. Serve concretizzare una visione nuova che rompa su più fronti col passato, affinché prevalga su tutte la logica comunitaria in tempo di crisi e non.

 

Servizio offerto da Daniela Rondinelli, deputata al Parlamento europeo, membro non iscritto. Le opinioni espresse sono di responsabilità esclusiva dell’autore o degli autori e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale del Parlamento europeo.

https://www.danielarondinelli.it/wp-content/uploads/2022/06/rondi.webp
Bruxelles
Parlamento europeo
Strasburgo
Parlamento europeo
Roma
Ufficio in Italia
© Daniela Rondinelli • Europarlamentare • Cookie PolicyPrivacy Policy