Migranti, il fallimento e i paradossi della strategia sovranista. Ecco perché

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Il Consiglio europeo dei ministri dell’Interno, riunitosi l’8 giugno scorso in Lussemburgo, ha detto sì al Patto asilo e migrazione presentato dalla Commissione europea. Non è stato facile raggiungere questo accordo che è tutt’altro che un punto di svolta per l’Unione europea.

Permangono infatti divisioni interne tra i paesi del Mediterraneo Centrale, considerate le frontiere esterne dell’Europa, i paesi dell’Est del blocco di Visegrad da sempre ostili ai flussi migratori e altri grandi Stati membri come Francia e Germania che lamentano da anni irregolarità nella gestione dei flussi migratori cosiddetti secondari.

CON IL PATTO SVOLTA IN VISTA?

Anche se il Consiglio europeo ha raggiunto l’accordo, la sostanza non cambia moltissimo. Soprattutto senza una volontà politica europea davvero coesa. I paesi di primo approdo dei migranti economici e dei richiedenti asilo restano tali agli occhi dell’Unione europea e spetterà loro trovare le risposte più adeguate alla gestione degli arrivi e della prima accoglienza. Il governo Meloni lo sa molto bene. Nonostante in tutti questi mesi abbia continuato a parlare di una svolta europea sul tema migranti che in realtà non c’è mai stata.

SOVRANISTI DIVISI

Inoltre, anche se è passato il principio della solidarietà cosiddetta obbligatoria per i ricollocamenti – dal momento che quelli facoltativi hanno fallito miseramente – è ancora tutto da vedere come si comporteranno i paesi europei più ostili ai ricollocamenti e ai ricongiungimenti familiari: Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Slovacchia.

Il vero banco di prova sarà nei prossimi mesi quando il numero delle partenze e degli arrivi è destinato ad aumentare nel mediterraneo Centrale e le pressioni sull’Italia e sugli Stati di frontiera saranno sempre più forti.

Ecco quindi che a una analisi più attenta, l’accordo raggiunto lascia scoperti i fallimenti e i paradossi della strategia sovranista in Europa. I paesi governati dai sovranisti e dalla estrema destra infatti invocano la solidarietà dell’Unione paradossalmente essendo i primi a calpestarla con buona pace delle alleanze e dei cartelli politico-elettorali che in questi anni di legislatura abbiamo imparato a conoscere tra i partiti conservatori, e ora, con l’appoggio dei popolari proprio su questo tema divisivo e complesso.

C’è un fatto: l’Italia dice sì al Patto. Polonia e Ungheria no.

La gestione dei flussi migratori si conferma essere una delle politiche comunitarie più controverse, oggi più che mai a poco meno di un anno dalle elezioni europee 2024. Le migrazioni internazionali non si governano alzando muri, organizzando respingimenti e rimpatri impossibili o bloccando le partenze.

Ma è questa la strategia del governo Meloni e dei sovranisti d’Europa. E non importa che il Consiglio abbia raggiunto l’accordo che per il via libera definitiva deve passare prima al Parlamento europeo. Intanto, a livello nazionale le destre ignorano la necessità e l’urgenza di una programmazione e di una riforma complessiva e intelligente di tutto il sistema di asilo e migrazione, saltato di fatto con la crisi del 2014-2016.

GLI ORRORI DELLA POLITICA MIGRATORIA EUROPEA

Non sorprende quindi l’agghiacciante inchiesta sulla condizione dei centri per il rimpatrio (o CPR) su cui con il decreto Cutro il governo Meloni intende investire per aprirne di nuovi con l’obiettivo assurdo di rimpatriare tutti i migranti economici.

 

O ancora, come raccontato dal New York Times, i respingimenti illegali delle autorità greche dall’isola di Lesbo verso la Turchia e su cui abbiamo chiesto alla Commissione europea di indagare. E chiarire dinanzi al Parlamento europeo trattandosi di gravi violazioni dei diritti umani.

SERVE PROGRAMMAZIONE 

Prima di tutto, i paesi europei devono agevolare i ricongiungimenti familiari, la chiave per una migliore gestione dei flussi secondari. Investire nell’accoglienza diffusa e in percorsi di integrazione con una programmazione che peraltro agevoli l’inserimento degli stranieri nel mercato del lavoro, soprattutto, là dove manca manodopera e protegga le centinaia di migliaia di minori stranieri non accompagnati.

Basta parlare della paura dell’invasione con politiche che puntano solo ed esclusivamente a chiudere le frontiere. Il governo Meloni sa benissimo che i rimpatri a ogni costo e il blocco delle partenze sono contrari allo Stato di diritto, degradanti, dispendiosi e soprattutto inutili. Inadatti a governare il fenomeno migratorio.

Al di là delle promesse elettorali e della retorica, dell’istigazione alla paura, all’Italia occorrono misure concrete e realistiche sui migranti anche per rimediare agli errori del passato che riguardano trasversalmente tutte le forze politiche.