Perchè l’Europa deve puntare sulle proteine vegetali?

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Da tempo, in Europa si discute sulle proteine vegetali. Sicuramente, la guerra in Ucraina e i rischi legati alla sicurezza alimentare hanno contribuito a rafforzare l’idea di una strategia da coniugare agli obiettivi del Green Deal. La sostenibilità ambientale in agricoltura si fa sempre più importante per ridurre le emissioni di gas serra nel medio e nel lungo periodo. In Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento europeo, abbiamo iniziato a lavorare alla Strategia europea sulle proteine. Ho già presentato e cofirmato diversi emendamenti.

UN SUPPORTO IMPORTANTE PER SOSTENIBILITÀ E SOVRANITÀ ALIMENTARE

L’obiettivo della Strategia europea sulle proteine dovrà essere quello di rafforzarne la produzione al fine di ridurre la dipendenza dall’estero. L’intento è tutelare la sovranità alimentare europea per renderle l’Unione resiliente e indipendente. Il settore agricolo europeo, infatti, importa la stragrande maggioranza degli alimenti zootecnici proteici destinati agli animali; ed è perciò più vulnerabile di quanto immaginiate. Aggiungo anche che il costo elevato dei fertilizzanti e dei beni energetici ha avuto un impatto economico enorme sugli agricoltori e le imprese italiane ed europee.

C’è quindi un ampio consenso in Europa sulla necessità di promuovere le colture proteiche. Nella nuova Politica Agricola Comune, infatti, è previsto l’aumento pari al 25% degli aiuti economici previsti nel 2022 per permettere agli agricoltori e alle aziende di ridurre la dipendenza dalle importazioni e coltivare in autonomia più proteine vegetali e più leguminose.

Sono convinta che questa Strategia europea sia fondamentale per accelerare la transizione ecologica e lo sviluppo sostenibile ma di tutte le proteine vegetali e animali. Le prime non devono escludere totalmente le secondo. È importante evitare che le coltivazioni e gli allevamenti vengano delocalizzati fuori il mercato unico europeo, dove gli standard ambientali e di salute e sicurezza sono meno stringenti – altrimenti rischiamo di vanificare gli obiettivi green. Infine, c’è una ultima esigenza che ci riguarda da vicino: mantenere vive e produttive le nostre aree rurali “cuore pulsante” del made in Italy agroalimentare.

PRODUZIONE EUROPEA AL DI SOTTO DELLE NECESSITÀ

Le piante proteiche più comuni sono:

  • la soia, le leguminose (cereali e foraggio) e i semi oleosi.

Le proteine vegetali sono una componente essenziale dell’alimentazione animale e quindi indispensabili per la zootecnia nazionale ed europea.  Le proteine vegetali però hanno conosciuto un vero e proprio boom tra i consumatori, con un tasso di crescita annuo del 7% a livello globale. Tuttavia, l’Unione europea presenta una notevole carenza di proteine vegetali e deve importarne la maggior parte per rispondere alle esigenze del settore agricolo. Si calcola infatti che solo il 3% dei terreni in Europa sia destinato alle coltura proteiche, mentre ben il 75% del fabbisogno viene soddisfatto da colture proteiche provenienti da Brasile, Argentina e Stati Uniti.

Il record riguarda oggi la soia, il cui import ha toccato i 36 milioni di tonnellate l’anno!

Già con questi dati è possibile comprendere perché l’ulteriore sviluppo della produzione di proteine vegetali nell’Unione europea può apportare notevoli benefici in termini economici per gli agricoltori e i produttori di alimenti e mangimi.

PROTEINE VEGETALI E DIFESA DELL’AMBIENTE

Ma non solo. Come forse saprete, l’Europa si sta impegnando a ridurre le emissioni di gas serra prodotte dagli allevamenti animali. Per questo, ripeto, l’aumento nazionale ed europeo della produzione di proteine vegetali avrà sicuramente effetti positivi nella lotta alla crisi climatica.

Ciò non vuol dire che l’Unione europea si muova sempre bene con le politiche ambientali. Parlando della Strategia Ue sulle proteine vegetali, sottolineo che la sostenibilità ambientale va realizzata con un mix di politiche concrete, monitorabili e non meno ambiziose.

Non condivido approcci ideologici. Per risolvere infatti i problemi legati al cambiamento climatico e all’impatto ambientale delle attività economiche è bene sempre adottare un approccio realistico e pragmatico. Non è un caso quindi che mi sia opposta alla proposta di riforma della direttiva Emissioni Industriali presentata dalla Commissione europea che si voleva estendere in modo del tutto indiscriminato agli allevamenti di piccole e medie dimensioni.

Con la presunzione, non corroborata da dati scientifici aggiornati e attendibili, che tali attività producessero lo stesso quantitativo di gas nocivi al pari di una industria chimica o di un’acciaieria. Per fortuna, la linea della Commissione europea è stata bocciata e superata in Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale: gli allevamenti di piccole e medie dimensioni sono state escluse dalla direttiva salvaguardando così filiere di eccellenza e una produzione di qualità lontane anni luce dagli allevamenti intensivi e industriali.

proteine vegetaliAltra storia quindi, e altro approccio, è quello di investire su una Strategia sulle proteine che ci permetta di rafforzare la nostra sicurezza e autonomia alimentare prioritariamente per gli alimenti composti, ossia i mangimi. Ma aggiungo un tassello non meno importante. L’essere favorevole alla Strategia significa opporsi in modo convinto e fermo a produzioni alternative che nulla hanno a che fare con il buon cibo e la lotta alla crisi climatica. Sto parlando della carne di laboratorio.

IL MIO NO ALLA CARNE SINTETICA

La Strategia europea sulle proteine non può e non deve avallare la produzione di cibo sintetico. Su questo argomento, qui, ho già ribadito quale sia la mia posizione. Se da una parte, è assolutamente necessario aumentare la disponibilità di cibo soddisfare la domanda alimentare mondiale, dall’altro, sono convinta che la carne in provetta (o altro prodotto) non possa far parte del futuro della nostra alimentazione.

Dobbiamo piuttosto sapere usare le nuove tecnologie per aumentare la sostenibilità ambientale e sociale delle produzioni agroalimentari, senza rinunciare a produrre cibo in modo naturale. Il rischio è quello di perdere il senso della qualità del cibo. Inoltre, sarebbe impossibile mantenere traccia dei prodotti e si creerebbe un danno economico enorme a migliaia di aziende del settore agricolo e zootecnico con la perdita di posti di lavoro. L’allevamento tradizionale dà un forte contributo alla tutela della biodiversità, del paesaggio, delle tradizioni e della cultura dei territori. Questa è la verità, e l’Unione europea deve impegnarsi a proteggere, promuovere e valorizzare tale modello.

LE PREOCCUPAZIONI DEI CONSUMATORI E DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

D’altra parte, gli stessi consumatori non sono poi così propensi a sostituire la carne ottenuta dall’allevamento naturale con quella prodotta artificialmente. In Italia, ad esempio, la carne è un alimento molto importante: il 69% la mangia più volte a settimana. Se si parla di carne artificiale però più di 1 persona su 3 pensa che sia più rischiosa per la salute (35%) rispetto alla carne animale e che avrà conseguenze negative impreviste sulla nostra salute.

Timori che sono stati confermati recentemente dal primo rapporto Fao – Oms sul “Cibo a base cellulare” che sottolinea la necessità di garantire la sicurezza alimentare con l’identificazione chiara dei pericoli potenziali nella catena di produzione del cibo sintetico e quelli associati al consumo, prima della diffusione commerciale su larga scala.

 

 

I pericoli potenziali interessano le quattro fasi della produzione di cibo a base cellulare: la selezione delle cellule, la produzione, la raccolta e la trasformazione. Secondo gli esperti consultati da Fao e Oms i principali rischi riguardano la trasmissione di malattie, le infezioni animali e la contaminazione microbica, oltre l’uso di componenti per la crescita – ormoni – che potrebbero interferire con il metabolismo o essere associate allo sviluppo di alcuni tipi di cancro.

L’Unione europea è sempre stata molto prudente in agricoltura sul tema del cibo a base cellulare. E infatti, né la PAC né la Strategia dal produttore al consumatore né infine il Green Deal richiamano al cibo sintetico. E sono convinta che sia questo l’approccio giusto e la strada da battere. Per questo, il finanziamento di due milioni di euro alle multinazionali olandesi Nutreco e Mosa Meat contestato alla Commissione europea mi hanno vista in prima linea contro. Ciò non vuol dire che mi opponga al progresso e alla innovazione in agricoltura. Anzi, sono convinta che sia fondamentale per affrontare le sfide che attendono il settore, prima fra tutte, la necessità di garantire accesso al cibo sano e di qualità per tutti.