AgricolturaNewsAgricoltura, la sfida europea e italiana sulla sovranità alimentare

31 Ottobre 2022
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L’agricoltura mondiale è in grande difficoltà, la guerra ha fatto emergere il bisogno di garantire sicurezza e sovranità alimentare tanto a livello europeo e nazionale. L’interdipendenza tra i paesi è molto forte anche per l’approvvigionamento delle materie prime alimentari, quali grano, mais e olio di semi di girasole. Sette mesi fa, all’indomani dell’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, l’Unione europea ha dato il via a un Piano d’azione per l’export dei prodotti ucraini e a una strategia per garantire l’aumento della produzione interna di mais, grano e semi di girasole. I corridoi verdi in territorio ucraino hanno garantito una parte del commercio di queste materie prime, tramite il trasporto dei raccolti su gomma e su rotaia. Da soli, però, non bastano per soddisfare la domanda estera.

L’Italia dipende dalle importazioni di grano, mais e olio di semi di girasole dell’Ucraina. L’Unione europea altrettanto. Secondo le elaborazioni di Ismea, le esportazioni agroalimentari dell’Ucraina verso la Ue-27 sono state pari a 5,4 miliardi di euro nel 2020 (quota del 28% sul fabbisogno totale). L’Italia si posiziona al decimo posto tra gli acquirenti per un fatturato di 496 milioni di euro. Relativamente al mais, l’Ucraina è il nostro secondo fornitore dopo l’Ungheria, con una quota di poco superiore al 20% sia in volume che in valore.

Il ricatto di Putin affama il mondo

La guerra ha comportato un blocco totale delle esportazioni di tutti questi prodotti, quando il Presidente russo Vladimir Putin ha tentato di ricattare l’Europa impedendo alle navi ucraine cariche di cereali di lasciare il Mar Nero. L’accordo concluso in extremis tra Russia, Turchia e il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha allontanato per qualche mese lo spettro di un’insanabile crisi alimentare globale e l’acuirsi di condizioni di insicurezza alimentare nei paesi più poveri.

 

 

Prima, la Russia ha sospeso l’accordo del grano. Poi, ha revocato la decisione di non prendervi più parte, minacciando di non potere garantire il rinnovo dello stesso il prossimo 18 novembre.

Il fatto che la Russia abbia deciso di riprendere la propria partecipazione all’accordo sul grano non significa automaticamente che Mosca darà l’assenso alla sua estensione dopo la scadenza del 18 novembre, ha fatto sapere il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko.

[…]L’accordo concluso con l’Onu, l’Ucraina e la Turchia sia attuato integralmente dalle parti ucraina e russa. Sfortunatamente, al momento vediamo una grande sproporzione, dove la parte russa è penalizzata. L’ennesima scusa per alzare ulteriormente la posta al tavolo negoziale che sarà inevitabilmente riaperto a giorni.

La fine dell’accordo del grano è una minaccia globale

A livello mondiale il numero delle persone che soffrono la fame continua a crescere: 828 milioni di persone nel 2021, 46 milioni in più rispetto al 2020. Il conflitto russo-ucraino, ovviamente, peggiora le prospettive di riuscire a centrare gli obiettivi della Strategia sullo sviluppo sostenibile 2030, come denunciano le principali agenzie ONU.

Il rischio carestia riguarda in particolare quei 53 Paesi dove la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione e risentono quindi in maniera devastante l’aumento dei prezzi dei cereali causato dalla guerra. L’inevitabile indebolimento della produzione agricola ucraina e la paralisi dei porti del Mar Nero hanno sottratto un bacino cruciale per l’approvvigionamento alimentare di vaste aree del pianeta, così la Coldiretti, all’indomani dello sospensione.  

Il ruolo chiave di Putin

L’intenzione di Putin è chiara: tenere sotto scacco la comunità internazionale anche sul cibo, mentre continua con la sua folle guerra di aggressione ai danni dell’Ucraina. Lo stesso metodo ricattatorio utilizzato con il gas.

Il presidente russo sa bene che fame e carestie costituiscono da molto tempo micce per costanti tensioni sociali e conflitti in diverse aree del mondo. L’acuirsi ovunque di condizioni di insicurezza alimentare soprattutto nei paesi più fragili e più poveri rappresenta sicuramente una difficile sfida da affrontare per l’Unione europea che al tempo stesso deve garantire la sicurezza alimentare dei propri cittadini e cittadine.

 

 

Lo stop all’accordo sul grano: atto criminale

La decisione di Putin di sospendere l’accordo sul grano è stato dunque un atto criminale. In Italia, come in Europa, e nel resto del mondo, da mesi i prezzi dei generi alimentari continuano a salire. Oggi basta davvero poco perché la speculazione ‘attacchi’ le materie prime. Non deve sorprendere, quindi, che all’indomani della sospensione dell’accordo del grano, nonostante ONU e Turchia siano riuscite a garantire la partenza e il transito di una decina di navi ucraine cariche di cereali, il prezzo del frumento sulla borsa di riferimento sia aumentato in meno di 24 ore del 5%.

Revoca o meno della sospensione, è la mancata proroga dei  corridoi marittimi che deve preoccupare. Lo stop totale e definitivo dell’accordo del grano, infatti, unito alla crisi energetica, contribuirebbe a un nuovo forte rialzo del costo delle materie prime con ripercussioni durissime sul prezzo dei prodotti di prima necessità.

Anche l’Italia, che dipende per il 62% dal grano ucraino per produrre il pane e i biscotti, per il 35% dal grano duro ucraino per produrre la pasta, infine, per il 46% dal mais ucraino per l’alimentazione del bestiame, deve temere lo stop all’accordo. Il nostro Paese è già alle prese con una forte inflazione a doppia cifra, la più alta mai registrata dagli inizi degli anni Ottanta, che sta già erodendo i redditi delle famiglie, alimentando la povertà e le disuguaglianze e minando la tenuta delle imprese.

SOS dall’Ucraina, l’incontro con il Vice ministro dell’agricoltura

Il 25 ottobre scorso, al Parlamento europeo, ho avuto l’opportunità di ascoltare, nell’ambito della riunione della Commissione Agricoltura, il viceministro dell’Agricoltura ucraino, Markian Dmytrasevych. L’incontro è stato importante per fare il punto sullo stato dell’arte dell’agricoltura in Ucraina. Il viceministro ha parlato a lungo dei bisogni dei produttori locali sia in relazione al contesto bellico sia alla crisi energetica e inflazionistica globali.

Ridotte le semine: raccolto a rischio nel 2023

Il viceministro ucraino ha spiegato che il 20% dei terreni “potenzialmente” ad uso agricolo è minato, occupato dall’esercito russo oppure è campo di battaglia.

Gli ettari quindi destinati alla semina si sono ridotti, passando da circa nove milioni a circa 7 milioni. La riduzione delle semine avrà un impatto negativo sulla produzione di grano, mais e olio di semi di girasole del prossimo anno.

Con il conflitto, il 60% dei terreni è stato seminato. Ma, se nel 2022 la produzione ha subìto una riduzione del 20% con effetti sui prezzi delle materie prime, nel 2023 il viceministro ucraino ha stimato una perdita secca del 40% rispetto al 2021. Nonostante l’accordo del grano, nei mesi successivi la Russia non ha avuto alcuno scrupolo e ha deliberatamente bombardato i campi, i depositi e i porti ucraini, riducendo quindi la capacità di stoccaggio dell’Ucraina.

L’accordo del grano è senz’altro vitale in questo quadro di incertezza. E sono convinta che debba rimanere fuori dalle logiche del conflitto e della rappresaglia militare. I corridoi del Mar Nero hanno permesso di esportare 4 milioni di tonnellate di prodotti agroalimentari su un volume di export di 7 milioni di tonnellate. La sospensione dell’accordo del grano è stato subito letto dal viceministro ucraino come un pretesto per non rinnovarlo alla data di scadenza. Un timore confermato dalle dichiarazioni del viceministro russo agli Esteri e dal fatto che restano comunque 165 navi ucraine cariche di materie prime alimentari bloccate nei porti per mano delle forze russe “con dei meri pretesti di carattere burocratico”. 

Il viceministro ucraino ha evidenziato un quadro di forte criticità sebbene molti progressi siano stati fatti negli ultimi mesi. In primis proprio dall’UE, per scongiurare che la produzione agroalimentare Ucraina andasse in blocco. Gli agricoltori ucraini stanno cercando, seppur tra mille difficoltà, di portare comunque avanti la produzione. Pesano moltissimo il costo della logistica, dell’energia elettrica, delle sementi, dei pesticidi e dei fertilizzanti, di cui l’Ucraina era, prima della guerra, un grande produttore e per i quali sono stati chiesti aiuti concreti all’Europa.

Garantire la sovranità alimentare

La guerra ha messo in luce le fragilità dell’agricoltura europea ma anche la necessità di adattare all’emergenza determinati obiettivi e principi che l’Ue si è data prima del conflitto, al fine di tutelare i nostri prodotti e la sovranità alimentare.

La sovranità alimentare non è un concetto nuovo. E, soprattutto, non ha alcuna radice ideologica. Penso invece che nasca da una visione politica pragmatica e contingente e che vada perseguita per rispondere alle emergenze: il conflitto russo-ucraino e la crisi climatica.

Credo quindi che in nome della sovranità alimentare non si debbano escludere rapporti commerciali con altri paesi. La sovranità alimentare, a mio avviso, è cruciale per puntare a rafforzare il potenziale agricolo del nostro Paese senza rinunciare agli obiettivi della sostenibilità ambientale e sociale.

Per farlo è indispensabile adeguare gli obiettivi della Politica Agricola Comune e della Strategia Farm to Fork al contesto attuale, rendendo tali obiettivi concretamente raggiungibili per gli operatori del settore agricolo, per non appesantire ulteriormente il carico dei costi di produzione che in questo particolare momento sono costretti a sostenere.

Come? Certo, occorre puntare sull’utilizzo dei terreni a riposo. Ma anche e soprattutto prevedere aiuti diretti dell’Unione europea per accelerare gli investimenti sulle tecnologie di precisione e migliorare così la resa dei terreni, senza impoverirli; tecnologie comunque utili a mitigare gli effetti della crisi climatica. L’Italia e l’Ue devono puntare sulle filiere corte, più sostenibili e più resilienti e adatte a garantire redditi certi ai piccoli agricoltori.

 

 

Servizio offerto da Daniela Rondinelli, deputata al Parlamento europeo, membro non iscritto. Le opinioni espresse sono di responsabilità esclusiva dell’autore o degli autori e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale del Parlamento europeo.

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