AgricolturaAmbienteNewsGrano, buona notizia accordo ONU, Turchia, Russia. Ma SOS siccità

26 Luglio 2022
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La crisi alimentare, iniziata con il blocco dell’esportazioni di grano, mais e semi di girasole prodotti in Ucraina, è un grande pericolo per l’UE, per l’Italia e per il mondo anche a causa della prolungata siccità, del caldo record, degli incendi, delle grandinate e infine delle inondazioni improvvise.

L’aggressione dell’Ucraina è stata la miccia dell’attuale crisi alimentare che il presidente, Vladimir Putin, utilizza come un’arma per ricattare, indebolire e dividere l’Unione europea. Il Cremlino infatti ha prima bloccato il commercio dei cereali ucraini, e poi, dopo aver siglato l’accordo di Istanbul per lo sblocco, non ha esitato a lanciare missili contro le navi cariche di cereali, e attraccate nei principali porti ucraini da oltre cinque mesi.

Nota anche come ‘battaglia del grano’, questa crisi alimentare preoccupa molto l’Europa e tutti gli Stati – in particolare quelli nordafricani e mediorientali – che dipendono fortemente dalle importazioni di cereali ucraini. Come sta avvenendo con la crisi energetica, e le repentine riduzioni dei flussi di gas da parte di Mosca, l’Unione europea si è messa subito al lavoro per cercare di sbloccare l’empasse sull’export dei prodotti ucraini.

Lo scorso marzo, quando era chiaro che la Russia avrebbe bloccato il commercio di mais, grano e semi di girasole, il più importante per l’Ucraina, il Parlamento europeo ha elaborato un piano per riuscire a trasportare i cereali fuori dal Paese, proponendo dei corridoi verdi, e applicando al tempo stesso le sanzioni contro Mosca che hanno colpito anche i fertilizzanti. Il piano dell’Unione europea puntava al trasporto in sicurezza dei cereali su rotaia e/o su gomma, aggirando così il blocco del Mar Nero accerchiato dalle navi russe e disseminato a ridosso dei porti dalle mine ucraine.

Grano, dal piano UE all’intesa tra ONU, Turchia e Russia

Ho condiviso il piano sui corridoi verdi del Parlamento europeo, perché ero convinta che l’UE dovesse avere un ruolo centrale nella risoluzione della crisi alimentare innescata dall’aggressione russa. Una crisi che andava affrontata subito, prima di lasciare esplodere la fame e prima che i nostri agricoltori, le nostre aziende e le famiglie, già alle prese con il rincaro delle bollette di luce e gas, ne subissero le gravi conseguenze.

Anche l’Italia ha tentato di fare la propria parte. Il governo Draghi, con il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è stato il primo in Europa a sostenere la necessità di una risposta collettiva e multilaterale per risolvere la crisi alimentare. L’Italia ha chiesto l’apertura di un canale diplomatico che mettesse attorno a un tavolo Ucraina e Russia per arrivare ad una tregua o ad un cessate il fuoco per consentire le esportazioni di grano, mais e semi di girasole.

Grano, l’accordo di Istanbul

Alla fine si è comunque giunti ad un accordo sullo sblocco dell’esportazioni del grano, del mais, dell’olio di girasole e dei fertilizzanti. Ed è stato raggiunto a Istanbul il 22 luglio scorso tra Russia, Turchia e Nazioni Unite. Questo accordo è una notizia positiva per l’Italia, per l’UE e per le regioni del mondo deboli o instabili dove, da anni, ci sono conflitti e tensioni sociali e che dipendono in tutto o in buona parte dal grano ucraino.

Da un lato, il peggio è stato scongiurato, dall’altro però, la Russia continua a ‘giocare sporco’ dimostrandosi un Paese inaffidabile. Credo sia inaccettabile e vergognoso che dopo 24 ore dalla conclusione dell’accordo, i russi abbiano bombardato il porto di Odessa mettendo in pericolo le navi su cui, da oltre 150 giorni, sono bloccate, nei silos, oltre 22 milioni di tonnellate di cereali.

Grano, sì ai corridoi marittimi

L’accordo d’Istanbul, quindi, prevede l’apertura di tre corridoi marittimi per esportare i cereali che rischiavano di marcire nei silos fermi nei porti di Odessa, Chernomorsk e Yuzhny, in Ucraina. L’intesa tra il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e Mosca renderà lo stretto del Bosforo, controllato dai turchi, il crocevia del trasporto dei cereali verso il Continente europeo e gli altri principali paesi importatori.

Turchia e ONU monitoreranno il passaggio delle navi ucraine attraverso un tragitto libero dalle mine e controlleranno il rispetto dell’intesa. Nonostante la Russia accusi l’Ucraina di non aver rimosso le mine dai porti e Kiev punti il dito contro Mosca per avere sempre lanciato missili sul mar Nero rendendo impraticabile qualsiasi spedizione navale; o ancora di avere rubato il grano dell’Ucraina orientale, bombardando i campi, è evidente che bisogna stare molto attenti alle strategie russe che agitano i mercati e mettono in forte difficoltà le economie degli alleati.

L’accordo di Istanbul metterà un freno anche alla speculazione. E consentirà il commercio dei nuovi raccolti che matureranno al termine dell’estate. L’Ucraina è uno dei maggiori esportatori di grano, mais e olio di girasole al mondo. Il blocco ha già creato tensioni in diversi Stati del mondo: Somalia, Libia, Siria e Libano. Paesi che hanno economie molto fragili.

La fame nel mondo

Bloccando i cereali ucraini, di fatto, Putin ha messo in pericolo milioni di persone. Secondo alcuni dati del World Food Programme, negli ultimi due anni, il numero di individui colpiti dalla crisi alimentare, o ad alto rischio, è aumentato di 200 milioni, passando dai 135 in 53 paesi nel 2019, agli attuali 345 milioni. Il prolungarsi del blocco avrebbe fatto esplodere la fame nel mondo.

Si allontana, per il momento, il pericolo di nuove carestie là dove la popolazione spende già almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione. L’intesa rappresenta una boccata d’ossigeno anche per i paesi industrializzati che stanno cercando di gestire una forte inflazione. Aperto questo spiraglio, l’Italia, l’UE e molte regioni del mondo devono però fare i conti con i danni provocati dalla prolungata siccità e dal caldo record.

I cambiamenti climatici: allarme alimentazione e agricoltura ‘made in Italy’

L’Italia, che ha collezionato un altro anno molto positivo per volume di esportazioni dei prodotti agroalimentari nel mondo, dovrà gestire e dare risposte agli effetti dei cambiamenti climatici. Quest’anno, intanto, il caldo record e la siccità rischiano di tagliare del 10% il Prodotto interno lordo generato dalle imprese agricole, 6 miliardi di euro di ricchezza in meno, e agricoltori, allevatori e pescatori in grandissima difficoltà economiche.

Grazie all’accordo di Istanbul, l’Italia potrà contare su 1,2 milioni di tonnellate di grano, fondamentale anche per l’alimentazione animale, e potrà ritornare a commercializzare l’olio di girasole. Purtroppo però per le nostre aziende agricole i problemi non sono finiti con questa intesa. Infatti, già migliaia di imprese del settore sono impegnate nella conta dei danni. L’allarme arriva dalla Coldiretti: nel 2022 i raccolti – frutta, verdura, vigneti, uliveti, ma anche mais e grano nostrano e riso – subiranno delle perdite importanti a causa dei cambiamenti climatici.

Il problema è sempre più pesante per l’Italia e per il resto dell’UE. Il Parlamento europeo ha avviato una discussione sugli effetti della siccità. Sono convinta che i nostri agricoltori, e le nostre aziende dell’agroalimentare, che hanno saputo fare la differenza nonostante la pandemia, vadano protetti e aiutati a vincere la sfida della mitigazione e dell’adattamento ai cambiamenti climatici prima che sia troppo tardi.

Obiettivi ambientali chiari e realistici

A livello europeo, le principali politiche agricole – dalla PAC alla Strategia Farm to Fork – guardano alla sostenibilità ambientale: alla agricoltura di precisione, al risparmio e ad una gestione efficiente delle risorse idriche, alla riduzione dei pesticidi e dei fertilizzanti. Mi sono occupata di questi dossier. Le mie proposte di modifica hanno sempre puntato alla definizione di obiettivi ambientali chiari, realistici e monitorabili. Sono convinta infatti che gli effetti del cambiamento climatico in agricoltura non si combattano con proposte radicali, bensì pragmatiche.

 

I cambiamenti climatici e la guerra, boom dei costi di produzione

Per le nostre aziende agricole e agricoltori i costi di produzione sono al limite: concimi (+170%); mangimi (+129%) e gasolio (+129%). Eppure, nonostante il rincaro delle materie prime e le tensioni geopolitiche, grazie al lavoro di promozione e tutela del made in Italy portato avanti dal nostro ministro degli Esteri Di Maio, l’Italia ha ottenuto risultati straordinari con il Patto per l’Export. 

Rispondere alla crisi alimentare, dunque, difendere il settore dai cambiamenti climatici, fare in modo che i nostri agricoltori e le nostre aziende siano sempre più resilienti e competitive, sono battaglie fondamentali per il made in Italy, ma anche e soprattutto per garantire la nostra sovranità alimentare e la sicurezza dei nostri prodotti.

 

Servizio offerto da Daniela Rondinelli, deputata al Parlamento europeo, non iscritti. Le opinioni espresse sono di responsabilità esclusiva dell’autore o degli autori e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale del Parlamento europeo.

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