AmbienteNewsCrisi energetica, fronteggiarla senza rinunciare all’ambiente

28 Giugno 2022
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Lo scorso 22 giugno, il Parlamento europeo ha dato il via libera alla riforma dell’EU Emissions Trading System, il sistema di scambio di quote di emissioni e all’introduzione della Carbon Border Tax – la tassazione del carbonio alla frontiera – dopo una prima bocciatura che aveva fatto temere lo stallo completo sul pacchetto Fit for 55.

Il compromesso raggiunto tra i partiti di maggioranza è un punto a favore della transizione energetica su cui l’Unione europea punta ora più che mai con il conflitto in Ucraina. Nei mesi scorsi ho spiegato perché è fondamentale per l’UE riuscire a portare a termine certe azioni politiche. Sto parlando della diversificazione delle fonti energetiche, del taglio alle forniture di gas e petrolio provenienti da Mosca, e infine, della costruzione di una strategia europea sull’energia per approvvigionamenti e stoccaggi comuni.

Affrontare la crisi energetica e la transizione ‘green’ con equilibrio e realismo

Al Parlamento europeo mi sono occupata sia della riforma ETS sia del regolamento CBAM. La transizione energetica è un passaggio importante dello sviluppo dell’Europa e dell’Italia nell’era post pandemica. Essa avrà un forte impatto sul lavoro e sulla società. Sono convinta sia prioritario governare la transizione energetica in modo equilibrato, monitorabile e realistico. La politica deve porre obiettivi chiari, tenendo presente l’impatto sui territori.

Per questo motivo, pur sostenendo convintamente la necessità e l’urgenza di un cambio di passo sull’ambiente e sulla lotta al cambiamento climatico, ho sempre chiesto all’Unione europea di sostenere le famiglie e le imprese nel percorso verso la transizione energetica. Affinché possa essere un percorso equo, giusto e inclusivo.

Dall’inizio della legislatura europea, mi sono confrontata tante volte con le amministrazioni locali e gli stakeholders sulle politiche ambientali. Ricorderete l’impegno assunto per salvaguardare fino alla fine le acciaierie di Terni, quando ho corretto l’errore della Commissione UE sul regolamento CBAM che avrebbe danneggiato pesantemente il polo siderurgico.

Con il conflitto russo-ucraino, ho chiesto all’UE un impegno maggiore. Ritengo infatti che non possiamo mettere all’angolo la lotta al cambiamento climatico; farlo sarebbe estremamente pericoloso. L’UE non deve lasciare indietro nessuno, soprattutto, i soggetti più deboli della società. Deve invece raddoppiare gli sforzi aiutando i cittadini e le cittadine ad attutire gli effetti negativi prodotti dal conflitto e accompagnarli nella transizione energetica. Da marzo chiedo al Parlamento europeo di rafforzare il Fondo sociale per il clima, collegato alla riforma ETS. L’ho fatto prima in Commissione congiunta Occupazione e Ambiente e poi inviando la richiesta al Commissario all’Economia, Paolo Gentiloni.

Sono convinta che serva estendere l’applicazione di SURE per potenziare il Fondo sociale per il clima. SURE è lo strumento adeguato per sostenere famiglie e imprese contro il rincaro dei beni energetici, anche se nato per contenere la disoccupazione in Europa e in Italia nei mesi più difficili della pandemia Covid-19. SURE che si è rivelato vincente, permetterà una concreta condivisione dei rischi e degli obiettivi in un contesto tanto incerto offrendo una soluzione rapida.

Il nuovo accordo al PE, fine quote di emissione gratuite nel 2032

Il nuovo accordo al Parlamento europeo su ETS prevede che la grande industria europea inizi a pagare per l’inquinamento prodotto in modo graduale a partire dal 2032. L’Europa infatti intende mettere fine allo scambio gratuito di quote di emissioni in dieci anni. Questo è stato il punto su cui, l’8 giugno scorso, la ‘maggioranza Ursula’ si è spaccata in Parlamento. La data del 2032 non è stata confermata dal Consiglio UE dei 27 ministri dell’Ambiente, riunitosi il 28 giugno scorso a Lussemburgo. Negli orientamenti generali infatti il Consiglio UE ha precisato un periodo diverso rispetto a quello indicato dal Parlamento. Non più 2026-2032 ma bensì 2027-2035 anno a partire dal quale la grande industria inizierà a pagare le quote di CO2. Il Consiglio UE ha confermato l’ambizioso target della Commissione sul taglio pari al 61% dei gas serra entro il 2030 (rispetto al 2005) per l’industria e l’energia.

Un altro elemento importante dell’accordo raggiunto in Parlamento riguarda il regolamento CBAM. Esso non interesserà più i settori tradizionalmente considerati più energivori e più inquinanti: cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti ed energia. Ma anche altri comparti, quali chimico, idrogeno e produzione dei polimeri. L’Europa quindi estenderà mano a mano il regolamento anche ad altre produzioni. Il regolamento CBAM è uno strumento cruciale, che nel processo verso la transizione energetica ed ecologica, tutelerà le imprese italiane da forme di concorrenza sleale. La Carbon Border Tax infatti servirà a colpire i beni più inquinanti, tutelando invece i prodotti più sostenibili realizzati in Europa dove la regolamentazione ambientale è sempre più stringente in ottica Green Deal.

Il Parlamento europeo poi ha previsto meccanismi di compensazione per l’export dei prodotti a cui si applicherà la tassazione del carbonio alla frontiera (o CBAM). La compensazione ha carattere premiale, e sarà concessa alle industrie che hanno perfomance ambientali migliori.

Crisi energetica, il tetto massimo al prezzo del gas e del petrolio

Intanto, la crisi energetica si profila duratura. Il Consiglio europeo non è riuscito a raggiungere un accordo definitivo sul tetto massimo al prezzo del gas, come chiesto con forza dall’Italia. Anche al Summit G7 i paesi hanno optato per un riferimento generico a questo meccanismo che costituisce, a mio avviso, un altro imprescindibile tassello per risolvere la crisi energetica.

Ritengo però che le conclusioni del G7 diano un segnale politico importante alla Russia e agli speculatori. Il comunicato finale chiede agli Stati di elaborare meccanismi adeguati per attuare il tetto massimo al prezzo del petrolio e del gas. L’UE e i paesi industrializzati riconoscono che serve questo strumento contro la Russia e contro il caro vita.

Condivido inoltre il fatto che l’esito del summit abbia rafforzato la posizione dell’Italia a livello internazionale. E che porterà l’Europa a convergere presto su questa misura. Non è un caso infatti che la Commissione europea abbia assunto ufficialmente l’impegno di preparare una proposta entro il prossimo autunno. A mio avviso, una vittoria della diplomazia italiana. 

Le conclusioni del Consiglio UE Ambiente

Il Consiglio europeo ha detto ‘sì’ alla costituzione di un Fondo sociale per il clima per sostenere le famiglie, le microimprese e i cittadini che più vulnerabili per aiutare la creazione di un sistema di scambio di quote di emissione anche per gli edifici e il trasporto stradale.

Per il Consiglio ogni Stato membro dovrà presentare alla Commissione europea un piano sociale per il clima. L’Italia quindi dovrà elaborare misure e investimenti per aiutare i cittadini più vulnerabili a fronteggiare il prezzo sul carbonio; ad aumentare l’efficienza energetica degli edifici, la loro ristrutturazione e decarbonizzazione; infine la diffusione della mobilità e dei trasporti a impatto zero o a basse emissioni.

Sono ammesse misure di sostegno diretto al reddito, in modo temporaneo e limitato. Purtroppo la dotazione finanziaria stabilita dal Consiglio è anche più bassa di quella indicata al Parlamento europeo. Gli aiuti alle famiglie, alle imprese e ai cittadini più vulnerabili potrebbero non bastare con il perdurare della guerra in Ucraina e l’inflazione.

Il Consiglio ha convenuto che il Fondo faccia parte del bilancio dell’UE, alimentato da entrate con destinazione specifica esterne fino a un importo massimo di 59 miliardi di euro.

 

Questa architettura di bilancio consente al Fondo di beneficiare di una serie di garanzie connesse al bilancio europeo, senza riaprire il quadro finanziario pluriennale dell’UE.

Il punto sul Fondo sociale per il clima

Tra gli orientamenti generali del Consiglio UE Ambiente ci sono anche quelle sul Fondo sociale per il clima che dovrà essere istituito per il periodo 2027-2032, quando entrerà in vigore il nuovo sistema ETS o ETS 2 per gli edifici e il trasporto stradale.

Ritengo che se il Consiglio UE avesse preso in considerazione la proposta di estendere SURE per affrontare la crisi energetica, rafforzando al tempo stesso la dotazione del Fondo sociale per il clima, l’UE avrebbe potuto affrontare questa fase in modo più sicuro. Al Parlamento europeo ero cosciente che i 72 miliardi inizialmente proposti non sarebbero stati sufficienti. Il Consiglio UE vorrebbe addirittura ulteriormente ridurre le risorse destinate al Fondo.

Optando invece per una estensione di SURE, sono convinta che avremmo potuto attutire senza perdere tempo lo shock economico e sociale, contro la povertà energetica in Europa e rafforzare i processi verso la autonomia e la transizione energetica.

Il percorso legislativo sul Pacchetto Fit for 55 non si è concluso ancora. Ora ci sono due posizioni negoziali. Una del Parlamento europeo e gli orientamenti generali del Consiglio UE Ambiente che ha condiviso diversi punti presentati dal PE. Si apre una nuova fase di discussione, quella del cosiddetto ‘Trilogo’ con Commissione, Consiglio e Parlamento e staremo a vedere quale sarà l’accordo sul Pacchetto Fit for 55.

 

 

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